La pratica di sghiaiare i fiumi ingrossa le tasche di pochi e aumenta il rischio alluvionale di molti. Cerchiamo di capire perché sghiaiare un fiume senza una visione d'insieme dell'intero bacino possa causare ingenti danni sul lungo termine ai comuni rivieraschi.
Il dibattito sulla gestione dei corsi d’acqua, in particolare in seguito a eventi idrogeologici eccezionali, si concentra spesso sull'efficacia e sulle conseguenze dello sghiaiamento (l'estrazione di sedimenti inerti) e della rimozione di alberi e vegetazione dall'alveo. L'obiettivo dichiarato di tali interventi è spesso la prevenzione delle alluvioni o il ripristino della funzionalità idraulica. Tuttavia, i documenti e i pareri tecnici rivelano una visione molto più complessa e critica di tali pratiche.
Secondo le osservazioni scientifiche, la convinzione che fiumi e torrenti debbano essere dragati periodicamente per prevenire le alluvioni risulta, di fronte a eventi straordinari, praticamente inutile. Sebbene la pulizia subito dopo una piena sia necessaria, specialmente nei tratti urbani, l'asportazione periodica di sedimento e vegetazione è considerata un rimedio inefficace e, nella maggior parte dei casi, dannoso.
Lungo il fiume Tagliamento sono costanti i prelievi di ghiaia sotto i 15.000 m3, questo perché sotto questa soglia non è obbligatorio presentare la VIA (valutazione di impatto ambientale). Secondo uno studio effettutato dal CIRF si è stimato che tra il 2015 e il 2025 la Regione ha autorizzato l'estrazione di oltre 1,6 milioni di m3 di ghiaia, una quantità pari all'intero trasporto solido prodotto dal fiume nello stesso periodo di tempo. Questo di fatto è un equilibrio impossibile.
L'estrazione di inerti è definita come una pratica quasi sempre deleteria per la salute del fiume, portando a numerosi effetti morfologici ed ecologici avversi. Solo in rari casi, come una condizione di sedimentazione generalizzata, l'estrazione potrebbe essere percorribile, ma solo a patto di essere ben studiata e monitorata. Inoltre, il termine di uso comune "sovralluvionamento" è spesso fuorviante, riferendosi a una situazione locale e temporanea che non riflette affatto una reale condizione di "fiume in sedimentazione".
I corsi d'acqua, per definizione, sono nastri trasportatori che trasportano detriti fino al mare, macinando ciottoli e creando sabbia per rifornire le spiagge. Questo processo naturale di trasporto solido è interrotto da:
Ostacoli trasversali: dighe, briglie e traverse bloccano il sedimento, compromettendo il processo naturale di trasporto. L'intrappolamento delle ghiaie da parte delle dighe è una delle cause principali dell'abbassamento dell'alveo fluviale.
Escavazioni massive: le escavazioni, spesso effettuate in modo "selvaggio" e senza programmazione, hanno ridotto drasticamente il volume dei materiali solidi trasportati.
Questi fattori combinati hanno portato al restringimento e all'approfondimento dei letti dei fiumi e a una conseguente carenza di sedimenti, con l'effetto concatenato dell'arretramento delle spiagge (come a Lignano e Bibione) e dell'erosione costiera. L'abbassamento dell'alveo costringe l'acqua in una fascia più limitata; sebbene la portata sia la stessa, lo spessore (profondità) e la capacità di erosione laterale aumentano.
Una credenza errata, messa in luce anche da dati relativi al torrente Torre, è che l'eccesso di inerti in alveo devii le correnti d'acqua e causi l'erosione delle sponde. Al contrario, i "cumuli" di ghiaia spesso citati sono i resti di un piano alveale preesistente, più elevato. L'erosione laterale si è accentuata a causa dell'abbassamento dell'alveo, conseguenza di escavazioni passate e della presenza di dighe.
Inoltre, la depressione creata dal prelievo di inerti può diventare una trappola per i sedimenti in transito durante le piene. L'acqua a valle dell'area di scavo risulta quindi "più pulita" e, di conseguenza, acquisisce maggiore velocità ed energia erosiva. Questo accresce il rischio che la corrente produca effetti dirompenti (come lo scalzamento di arginature o ponti) o aumenti la capacità di erosione laterale, in netto contrasto con l'obiettivo dichiarato di sicurezza idraulica.
La rimozione reiterata di sedimento e vegetazione dai fiumi è considerata un grave danno per l'ambiente fluviale, poiché fa soffrire tutti gli organismi che lo abitano, in primis la fauna ittica.
I pareri tecnici dell'Ente Tutela Patrimonio Ittico (ETPI) del Friuli Venezia Giulia sui progetti di sghiaiamento (nel Tagliamento a Dignano, Spilimbergo, Gemona, Venzone, Trasaghis, ecc.) sono costantemente critici, sottolineando problematiche chiave:
Alterazione degli habitat acquatici: L'asportazione di sedimenti e la deviazione dei filoni d'acqua possono ridurre l'indice di intrecciamento del corso d'acqua, favorendo il canale centrale a scapito dei rami secondari e mettendo in secca tratti significativi di filone laterale. Questo altera i meso e microhabitat, causando la soppressione di specie a bassa mobilità (come lo scazzone, specie di interesse comunitario). Il forte intorbidimento dell'acqua dovuto all'immissione di inerti nel flusso è un ulteriore impatto negativo.
Squilibrio del trasporto solido: L'asportazione di grandi volumi di inerti, che a volte superano il 20% del trasporto solido di fondo medio annuo stimato (come in un progetto nel tratto a valle del ponte di Cornino), non solo contribuisce all'incisione dell'alveo, ma non garantisce un sufficiente apporto di sedimenti a valle per limitare l'incisione "storica" o per alimentare le aree costiere.
Mancanza di valutazioni adeguate: I progetti spesso non sono di tipo interdisciplinare e non presentano studi seri e affidabili sulla traiettoria evolutiva dell'altimetria dell'alveo e sul bilancio del trasporto solido su un intervallo temporale significativo (che includa gli anni precedenti il periodo di crisi, come gli anni '50). Inoltre, viene spesso rilevata l'assenza di una valutazione dell'effetto cumulativo di interventi multipli a monte e a valle, essenziale per minimizzare l'impatto su fauna e ambiente acquatico.
Allo stato attuale in regione manca un piano di gestione dei sedimenti, anche se la normativa (in particolare l'art. 117 del D.lgs. 152/2006 e la Legge Regionale 11/2015) stabilisce l'obbligo di pianificare la gestione dei sedimenti a livello di bacino idrografico già dal 2015, con l'obiettivo esplicito di migliorare lo stato morfologico ed ecologico dei corsi d'acqua e di ridurre il rischio di alluvioni. Si dà priorità alla riduzione dell'alterazione dell'equilibrio geomorfologico e della disconnessione degli alvei con le pianure inondabili, evitando l'ulteriore artificializzazione dei corridoi fluviali.
La rimozione dei sedimenti non dovrebbe essere considerata una misura di mitigazione del rischio alluvioni a causa del suo carattere provvisorio, ma al massimo come manutenzione ordinaria per mantenere l'officiosità idraulica. Gli interventi di asportazione locale devono essere giustificati da adeguate valutazioni rispetto alla traiettoria evolutiva del corso d'acqua e agli effetti attesi nel lungo periodo. In subordine all'asportazione, e ovunque sia possibile, si deve preferire la reintroduzione del materiale litoide in tratti dello stesso fiume adeguatamente individuati.
In sintesi, la gestione corretta dovrebbe mirare a:
Favorire la divagazione laterale controllata della corrente per allungare il letto del fiume e ridurne la pendenza, l'esatto contrario dell'asportazione di inerti che costringe l'acqua in un canale più stretto.
Ripristinare la continuità idromorfologica longitudinale, laterale e verticale, in particolare il ripristino del trasporto solido.
Riconnettere gli alvei con le pianure inondabili e ripristinare più ampi spazi di mobilità laterale.
L'approccio moderno, come delineato dai principi di riqualificazione fluviale, suggerisce che la scelta delle misure più appropriate debba avvenire dopo un'adeguata valutazione e un confronto degli effetti attesi tra le diverse alternative possibili, incluso il non intervento, e considerando un orizzonte temporale e spaziale sufficientemente esteso.